Considerazioni 2 - Massimo Pastore
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Considerazione2 Rabat- notturno nella Medina

Considerazioni 2

In questa mattina di gennaio Rabat è tiepida, a poco servono i maglioni a collo alto, i giacconi caldi che con difficoltà ero riuscito a stipare nella valigia da 15 kg da imbarcare nella stiva dell’aereo. La Medina lentamente si sveglia e a passo di bradipi stanchi i negozianti aprono le botteghe. Entro in un negozio di fotografia per fare una foto tessera indispensabile per completare l’iscrizione alla salle de sport vicino kasbah des oudayas (antica città fortificata a picco sull’atlantico). Non parla francese il fotografo e per farmi capire ho dovuto appellarmi all’arte della gestualità tipica di noi napoletani, una volta intesi mi invita ( sempre a gesti) ad entrare nel retro bottega buio e colmo di scatoloni e qualche bicicletta, inquadra e abbagliandomi col flash mi immortala. Una sala pose improbabile ma funzionale. Alle pareti della parte del negozio che da sulla strada invece trionfano le foto del Re in tutte le situazioni possibili e immaginabili: il re a cavallo, che fa sport, che beve il caffè, che non fa niente, che guarda in ogni direzione.

La Notte

Maha è un problema. Una giovane donna in giacca e cravatta, donna in carriera con la passione per la fotografia, per la scrittura, la grafica. Ci siamo conosciuti al vernissage di Mustapha Akrim, un artista marocchino che lavora in modo ossessivo sul problema dell’istruzione nel paese stellato. Alla Kulte Gallery al primo piano di un edificio moderno della città nuova si vedono mosche; disegnate, fotografate su sfondi verdi, rossi, gialli, bianchi, mosche singole o rappresentate in folte colonie, a volte intente ad ammucchiarsi altre riprese durante l’accoppiamento. Sul terrazzo della galleria un suntuoso tavolo imbandito come se fosse l’aperitivo di un matrimonio arreca sollievo ai visitatori dissetandoli con abbondanti bicchieri di vino bianco e rosso, il buffet è illuminato da mosche in proiezione. Un vernissage internazionale e affollato che nulla ha da invidiare a quelli che si potrebbero organizzare a New York o a Londra. È qui che ho visto Maha ed è qui che ho scoperto che lei è la persone che si sta occupando della comunicazione per la mia mostra. I suoi caratteri somatici hanno immediatamente catturato la mia attenzione, pensavo fosse giapponese! È marocchina Maha, nata in questo paese da madre giapponese e padre indigeno, non facciamo in tempo ad iniziare una piacevole conversazione che decidono di andar via per assistere ad un spettacolo teatrale in un altro quartiere di Rabat. Anche il teatro è gremito di gente, assisto ad una parte dello spettacolo senza capire una sola parola ma divertito dalle gestualità degli attori e dalle razioni delle persone in sala. Alla fine Maha mi propone di andare a casa sua dove avrebbe cucinato della pasta e dove avremmo potuto parlare meglio del mio lavoro e della fotografia in genere. Accetto senza esitazione.


La casa al 5 piano senza ascensore è grande, alle pareti fotografie e riproduzioni di quadri di Klimt. Ci accolgono Simo il suo compagno e Leika un pastore tedesco affettuoso ma discreto. Dopo aver visionato le prove grafiche della locandina della mia mostra mi invita a seguirla in cucina e qui mentre prepara spaghetti alla bolognese parliamo di fotografia e delle sue passioni. Maha ha scritto una variazione dei Monologhi della Vagina rappresentati qualche tempo fa in un teatro di Rabat, in seguito alla rappresentazione teatrale fu accusata di essere una persona che crea problemi, certe cose in questo paese non si potrebbero fare! 


La sua risposta alle accuse fu: “e allora? Io stessa sono un problema, mi guardi… non sono ne marocchina ne giapponese e dunque lei ha ragione. Ci attardiamo tra cibo vino e canne mentre Simo mi sorprende con le sue esibizioni musicali colte e contaminate. Il suo modo di suonare la chitarra penetra sotto pelle eccitandola. Si fa tardi e decido di tornare negli anfratti, a quell’ora bui e desolati, della medina. Inizia un altro viaggio la città è vuota in giro solo qualche spazzino e uomini malandati senza niente, nemmeno una casa, nemmeno qualche spicciolo per acquietare lo stomaco. Sono le 01,30 seguo la parete curva di un edificio nella speranza di trovare qualche residuo umano che possa farmi accendere una sigaretta quando poco più avanti scorgo la luce di una candela dietro la quale una donna seduta per terra vende qualcosa che non ricordo, forse fazzolettini di carta, mi avvicino e le offro qualche dirham, allunga la mano e sorridente raccoglie ciò che ho da offrirle e mi benedice, proseguo per qualche metro e mi ricordo della mia sigaretta spenta, tono indietro mi chino verso la donna e senza parlare lei stacca la candela dal supporto di cartone e felice mi porge quel che può, una flebile fiamma. Ci sono cose che la fotografia non può rappresentare, questa è una di quelle. Buona notte Rabat.

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