Monolithos - Massimo Pastore
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Monolithos

La camera è ancora azzurra

di Antonio Maiorino

Allora ci sentimmo vivere. Attraversati da intensi riverberi provenienti da oriente.
Dalla vecchia, alta finestra della stanza, smangiata dal sole e dal tempo, dai vetri deformi, la luce lateralmente striava le musa di giallo recando sollievo.
La camera era azzurra, di un azzurro – avevo notato un giorno – simile a quello della carta dove un tempo si avvolgeva la pasta. Un azzurro che mi riportava all’infanzia, alla sensuale levigatezza dei sacchetti da strappare, pieni di lunghe zite da spezzare con i pollici producendo un rumore secco come di nacchere. L’azzurro calò di grado, d’improvviso. Si ritinse di ombre e chiarori insieme, perché dio non potesse essere incomprensibilmente solo assoluta luce.

C’incontrammo sempre in quella stanza azzurra.

Senza peccare, senza che mai qualcuno ci mordesse il labbro. Nessun asciugamani punteggiato di sangue. Distante seppur visibile il monte era a nostra difesa sebbene, similmente a dio, ci minacciasse.

Ascoltammo i colpi di uno scalpello e vedemmo discendere dal monólito dettagli divini.
Sentimmo il respiro di Vigeland regolare come un endecasillabo dantesco. Il passo di Simenon incedeva lento accompagnando i suoi personaggi. Nell’aria l’odore dolciastro di tabacco e pipa.
Nella stanza arrivavano i rumori della città, dalla finestra si intravvedeva l’interno delle case di fronte, i cui abitanti erano immersi nelle proprie occupazioni quotidiane.
Di là del confine.
La nostra era la camera azzurra. Apollinei raggi tangenti dionisiache oscurità, insieme nemici dello spirito di gravità. Delitti compiuti e giudicati in un solo scatto.
E poi v’era il freddo. Un’irrintracciabile lingua di vento ci gelava la nuca. Ci sentimmo vivere; scovati da un occhio appassionato. Nudi, come prima della sete di conoscenza, intirizziti alla sua presenza. Stazionammo su quel confine tra la vita e la morta natura. La camera era una garitta azzurra presidiata da uno sguardo vigile.
Il doganiere beffardo imprimeva la volontà di forma che fino ad allora non aveva governato il distretto. Non riduceva più le nostre anime in brandelli, in microscopici punti, in deformi macchie. Non ci imbellettava come fanno i venditori del pesce al mercato rendendo vividi i colori smorti. Non ingannò. Nella camera azzurra ci sentimmo vivere e ci stupì perché pensammo di essere inafferrabili e lontani.
La camera azzurra è tutt’ora li e ci è concesso di visitarla. Sempre.

Antonio Maiorino